fotografia

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In un film, come in tutti i linguaggi artistici, la forma è strettamente legata al contenuto: ognuno dei due fattori influenza l’altro. “Cosa” si racconta dovrebbe essere il più possibile conforme al “come” si racconta. Dovendo narrare una storia di violenza e sopraffazione, con episodi che vanno dal sarcastico al cruento fino al grottesco, abbiamo pensato che lo stile visivo più adatto fosse quello più semplice e “naturale” possibile. Dunque, una cinepresa che evita di sottolineare significati già evidenti nella scena e nel rapporto tra i personaggi, ma che svolge il ruolo di puro “testimone”. Un occhio neutrale che assiste agli eventi senza prendere posizione, restando impassibile e forse un po’ intimidito.

Per tutti questi motivi, Succo di mela è costruito attorno a tre figure centrali:

  1. l’inquadratura fissa;
  2. il carrello indietro (a precedere il personaggio);
  3. il carrello avanti (a seguire il personaggio alle spalle).

La forma si adatta dunque al contenuto: a personaggi immobili corrisponde una cinepresa immobile. Anche i momenti più fisicamente plateali, come i 3 voli della Vittima lungo il corridoio, sono filmati con un’inquadratura fissa. Anzi, con la cinepresa direttamente appoggiata sul pavimento, ritraendo in dettaglio ravvicinato il pavimento della scuola e le merende appena gettate via dal Bullo. Un evento violento è osservato in un modo assolutamente asettico.

  

In alcuni casi, l’inquadratura fissa e il carrello avanti sono usati in funzione di:

  • soggettiva“, facendo cioè coincidere l’immagine con lo sguardo del personaggio;
  • semi-soggettiva“, con la cinepresa posta dietro il personaggio, in modo da mostrare sia lui sia ciò che gli sta davanti.

Nelle immagini qui sotto, vediamo un esempio di carrello avanti in soggettiva: la Vittima (il cui sguardo coincide con l’obiettivo) si avvicina lentamente al Bullo.

  

Inoltre, i carrelli avanti e indietro hanno la funzione di accentuare l’effetto corridoio di cui si parla in scenografia. Le panoramiche (orizzontali o verticali) sono quasi assenti, proprio per esprimere l’idea di uno spazio che non si espande in larghezza, ma in profondità.

 

Questa struttura visiva rigida si mantiene per quasi tutto il corto, fino a mutare improvvisamente nella scena dell’omicidio. Dopo aver bevuto il succo di mela avvelenato, il bullo si rotola tra i banchi della Sala Computer, mentre la cinepresa (in una identificazione totale con il personaggio) si accascia con lui, compiendo una serie di movimenti irregolari e obliqui, di visioni scure e sfocate. La sequenza è totalmente priva di inquadrature fisse: tutto è in movimento.

Alla fine, quando la Vittima si china sul Bullo ormai morente e gli pone gli occhiali sul viso, parte una serie di soggettive in campo/controcampo (vedi montaggio), nelle quali i due personaggi si fissano l’un con l’altro. Per accentuare l’aspetto destabilizzante della scena, le ultime soggettive del Bullo sono girate “attraverso gli occhiali“. Abbiamo cioè posto una delle lenti sopra l’obiettivo della telecamera, creando un effetto di distorsione che ben si presta alla drammaticità della sequenza.

  

Nella scena conclusiva, anche la fotografia contribuisce a sottolineare la compiuta simmetria della vicenda. Lo sguardo della vittima in fondo al corridoio, il controcampo verso i suoi aggressori, la carrellata fino al primo piano del Bullo: tutto viene replicato alla lettera, per una storia che sta per ricominciare da capo.

 

 


>> Montaggio


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